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SCIOPERO GENERALE ROMA

C’è un pulman da Venezia, chi interessato chiami 334-3657064

La nostra solidarietà alla lotta dei lavoratori precari che a Venezia in questi mesi si stanno organizzando dal basso, (anche se fuori dal percorso dell’autorganizzazione sindacale di classe, il che secondo noi costituisce un limite alla crescita della loro lotta), verte sulla condivisione generale e della parola d’ordine del reddito per tutti i disoccupati (non solo italiani) e degli obiettivi, tra i quali la loro lotta contro le esternalizzazioni (Ca’Foscari, musei civici e Biennale), che il Coordinamento lavoratori della cultura in lotta si prefigge. Una lotta cui il Cobas SLP dà appoggio da mesi.

Vogliamo anche dire che secondo noi la vera cultura la si costruisce attraverso percorsi di autorganizzazione dal basso del proletariato in tutte le sue componenti, e non nella accettazione di una logica della cultura come merce e come parte di un sistema che non condividiamo.

coordinamento provinciale Slai Cobas per il sindacato di classe


Salve,
quello che vi copiamo è l’ultimo comunicato prodotto dal Coordinamento dei Lavoratori della Cultura in Lotta riguardante l’accordo sindacale stipulato in data 30 luglio 2010 con la Fondazione la Biennale di Venezia. Si tratta di un contributo collettivo sulla condizione di precarietà che vivono gli operatori della cultura a Venezia. Se potete, passate parola!

Siamo di fronte ad un attacco senza precedenti da parte del governo Berlusconi che, con il “collegato lavoro” ed altre misure simili tra cui il cosiddetto “statuto dei lavori”, con la scusa di sostenere le imprese  danneggiate dalla crisi e dalle sfide poste dallaglobalizzazione , finirà di fatto per eliminare lo statuto dei lavoratori, l’unica tutela che abbiamo a livello legale, cancellando così le conquiste del movimento operaio costate strenue lotte e sangue.

IL  Cobas SLP VENEZIA aderisce a SLAI Cobas per il sindacato di classe e raggruppa, secondo il criterio territoriale, tutte le figure che non hanno le tutele dello statuto dei lavoratori: lavoratori precari,  studenti-lavoratori e studenti come futuri lavoratori, disoccupati senza reddito e in attesa di occupazione. SLP propone una autoorganizzazione dal basso con lo scopo di lottare per rivendicare i diritti disattesi, di dar voce a chiunque necessiti di una minima tutela sindacale in qualsiasi luogo lavori, e che di fatto ne è completamente privo, a prescindere dal tipo di lavoro, senza distinzione di categorie, status e nazionalità.

Siamo riusciti in questi primi anni di ricostruzione in Veneto del nostro sindacato, a far emergere lavoro nero, a mobilitare lavoratori di cooperative e autotrasporti, a coinvolgere lavoratori e lavoratrici immigrati/e nello sciopero del 1 marzo (in Fincantieri hanno scioperato in 500) e in altre manifestazioni, a denunciare lo schiavismo (Fincantieri,cooperative di facchinaggio e pulizie), a far riassumere lavoratori e lavoratrici ingiustamente licenziati/e, a far risarcire lavoratori e lavoratrici sottopagati/e, a favorire la diffusione della sicurezza sui posti di lavoro, e a far luce su casi e questioni ignorate dai sindacati confederati, dalle istituzioni e dalla stampa. Ci siamo impegnati, attraverso lo strumento dell’autoorganizzazione dal basso, a portare avanti vertenze scomode e non appoggiate dalla triplice (CGIL,CISL,UIL) e a ridare unità alla classe operaia.

Il nostro obiettivo è l’unità dei lavoratori: in un momento come questo è necessario per tutti noi metterci in rete, unirci per diventare una forza capace di passare dalla rivendicazione e difesa dei diritti all’attacco delle politiche attuali sul lavoro, con una progettualità finalizzata a combattere l’erosione delle tutele e a favorirne nuove forme, per auspicare ad un futuro di giustizia e non di sfruttamento, come persone e come lavoratori e lavoratrici.

Il cobas è lo strumento che ci permette di unirci e di autoorganizzarci per decidere finalmente del nostro destino, al di fuori di ogni settarismo.

TUTELA PER TUTTI I LAVORATORI E TUTTE LE LAVORATRICI!

NO  PRECARIETA’! NO AGENZIE! NO ESTERNALIZZAZIONI!

PIÙ SALARIO MENO PROFITTI!

LAVORARE TUTTI, LAVORARE MENO!

SOLO LA LOTTA PAGA! UNITI SI VINCE!

UNITA’  SOLIDARIETA’  AUTOORGANIZZAZIONE!

Sciopero del primo marzo

Dapprima in Francia, poi in Italia, in Spagna, in Grecia e in altri paesi europei, la giornata del primo marzo è stata proclamata “una giornata senza di noi” con l’intento da parte dei migranti che vivono in questi paesi di far percepire, per un giorno, l’importanza della loro presenza economica e sociale sia attraverso lo sciopero sia attraverso altre forme di protesta come l’astensione dai consumi. L’invito è rivolto a tutti: asteneniamoci dalla spesa e dal lavoro, denunciamo il grave sfruttamento e la forte ricattabilità che gli stranieri sono costretti a subire. La paura di vedersi ritirato il permesso di soggiorno, semplice pezzo di carta che consente loro di non essere detenuti nei CIE o espulsi, rende molti lavoratori vittime di moderni negrieri. Si Sta delineando uno scenario di sfruttamento per molti e impunità e profitti per pochi. Le condizioni sul lavoro si stanno deteriorando per tutti, è ora di alzare la testa.

Riportiamo di seguito la lettera che i lavoratori di Rosarno hanno scritto:

I mandarini e le olive non cadono dal cielo
In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l´Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma.
Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie…prelevati, qualcuno è sparito per sempre.

Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l´interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani.
Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza.
La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste? Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all´uomo.

Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud. Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori. Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.
Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all´Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:

domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada. Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità.
L´Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma

La resa dei conti

I crimini contro la vita li chiamano errori.

(Eppure soffia, Pierangelo Bertoli)

Manifestazione nazionale in occasione del processo Eternit.

10 dicembre 2009

Il primo ricordo che ho della parola amianto è legato ad una gita in treno, fatta alle elementari: passavamo per una stazione del padovano e, fermi in binario morto, c’erano dei vecchi vagoni, marcati ai lati con delle scritte. “Sono vagoni fatti con l’amianto.” mi disse quella volta mio padre.

Mi spiegò, semplicemente, che era un materiale incredibilmente pericoloso ed era stato utilizzato per fare un sacco di cose: per i treni, i tetti, perfino le tute dei pompieri, e che erano passati anni prima di accorgersi che faceva ammalare le persone che lo respiravano. Ora lo stavano eliminando per non far correre i rischi alla gente.

Nella mia testa fu facile pensare amianto = teschio della varechina: al tempo avevo sei anni e tanto mi bastava sapere.

Ventiquattro anni dopo, non basta più.

Il 10 dicembre a Torino, di fronte al Palazzo di Giustizia, la “Rete Nazionale per la Sicurezza sul Lavoro” organizza una manifestazione nazionale di solidarietà alle vittime dell’amianto e i loro familiari perchè nella maxi-aula torinese sta per iniziare il più grande processo celebrato in Europa in tema di sicurezza sul lavoro ed inquinamento ambientale.

In precedenza, questo tipo di reati erano stati contestati solo ai burocrati e ai responsabili aziendali: questa volta, invece, la resa dei conti viene presentata ai due vertici della Eternit Italia, Stephan Schmidhneiny e Jean Louis De Cartier De Marchienne per omissione dolosa delle misure di sicurezza sul posto di lavoro.

Non era vero che “sono passati anni prima di accorgersi”.

Lo sapevano, come lo sapeva la Germania che già dal 1943 ha una disciplina di risarcimento per i lavoratori danneggiati dall’amianto, poiché degli studi avevano inequivocabilmente dimostrato il rapporto diretto tra utilizzo di amianto e carcinomi.

E non è vero nemmeno che “ora lo stanno eliminando”. Il secondo capo di imputazione, disastro ambientale colposo, è aggravato dall’aggiuntiva di “permanente” poiché il reato è connotato dalla mancanza di un’efficace campagna di bonifica per eliminare i rischi di contaminazione ambientale, dopo la chiusura della fabbrica.

Lo staff legale dell’Eternit ritiene che i due dirigenti non siano responsabili, ma il gup, anzi, ha sottolineato che i reati (contestati dal 1952) non sono prescritti perché “il disastro è ancora in atto”: i manufatti in amianto, infatti, restano tuttora in circolazione e la gente continua a morire.

Piccolo inciso non irrilevante: grazie alla perseveranza dell’avvocato Bonanni, legale di parte civile, il Tribunale Ordinario di Torino ha emesso il decreto per la citazione come responsabile civile, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, nella persona del Presidente On.le Silvio Berlusconi.

Si tratta della prima volta in assoluto che uno Stato è chiamato a rispondere per il mancato rispetto delle sue stesse leggi. Durante la fase di presentazione delle parti civili, poi l’Avvocatura di Stato ha richiesto l’esclusione della Presidenza del Consiglio come responsabile civile.

Attorno a noi, arrivati in nove da Venezia, ci sono sindaci dei comuni maggiormente colpiti, ma anche lavoratori solidali, medici del lavoro, sindacalisti. E non vi sono solo gruppi legati alla problematica lavorativa dell’amianto: è una giornata in cui tutte le associazione accomunate dal problema della sicurezza sul lavoro possono trovare un momento di visibilità e le lacrime delle vittime amianto si uniscono con quelle di chi ricorda la tragedia della Thiessen Krupp (gruppo Legami d’Acciaio) e le parole di chi testimonia l’incidente ferroviario a Viareggio (Assemblea 29 Giugno).

Lacrime che si intrecciano e cementano la volontà di imporre con forza la sicurezza sul lavoro come cardine su cui rifondare tutto il sistema produttivo.

La maggioranza dei manifestanti è addirittura d’oltralpe: decine di delegazioni francesi (come Andeva, e i minatori francesi), belghe e svizzere (Caova) che, a loro, volta “attendono il signor Schmidhneiny”, come dice lo striscione degli elvetici.

E fotografie, e nomi, e lacrime.

Inizia oggi la resa dei conti.

Al tavolo principale siedono dei commensali che sono stanchi di mangiare le lacrime e le sentenze di morte che vedono stampate sui loro referti clinici che riportano termini come mesotelioma alla pleura, asbestosi, carcinoma polmonare.

Ci si rende conto che in questo processo dovrebbe bastare sapere che le parti civili sono un’enormità, ma bisogna riflettere sulle cifre per capire la portata vertiginosa di questo processo: la parti lese di questa causa sono, al momento, 2289 tra lavoratori e civili, di cui 2056 già morti e 833 già ammalati.

É un processo, quindi, in cui parlano i familiari perchè chi aveva diritto di essere lì a pretendere giustizia ha già perso la vita.

Poi si capisce davvero, qual sia la resa dei conti più importante.
Rendersi conto vuol dire rispondere di fronte a se stessi, in primo luogo.

Fermarsi ad osservare con l’onestà intellettuale quello che si ha di fronte, quello che è successo, quello che non si sapeva. La coscienza che deve pagare, anche se inconsapevole.

L’ignoranza non paga, nella legge e nella vita.

E’ rispondere a se stessi di un unico abbacinante, semitaciuto, dettaglio.

Che siamo di fronte a persone, lavoratori, che stanno morendo, che guardano ai fogli con le loro statistiche di sopravvivenza e sanno già dove dovranno collocarsi; che quotidianamente devono affrontare questo pensiero, eppure lottano. Ogni anno si ammalano e muoiono 40/50 persone, e si stima che il picco massimo non è di questi anni, bensì arriverà tra il 2015 e il 2020. Per quell’epoca in Europa occidentale saranno già morte più di 250 mila persone, fra lavoratori e civili, esposti diretti e indiretti.

L’occcasione permette anche di riflettere relativamente alla problematica della salute dell’uomo, legata a doppio filo alla salute del suo stesso ecosistema, specialmente quando risultano palesi le occorrenze di malattie e affezioni in una misura direttamente proporzionata alla presenza nella zona di realtà che impiegano o producono sostanze e materiali inquinanti (industrie, aziendie, centrali energetiche, etc.)

Questa sproporzione, invece di indicare in modo inequivocabile la via da seguire, sembra quasi un ostacolo al corretto funzionamento della vita quotidiana del nostro ignorante benessere e, quindi, dev’essere aggirato o sottaciuti.

Avvengono così, periodicamente, le doverose campagne di sensibilizzazione e raccolta fondi per la ricerca di cure per i sintomi delle malattie, spesso omettendo la reale portata dell’inquinamento ambientale, continuando a puntare il dito soprattutto contro le cause legate ad uno stile di vita poco attento.

La ricerca, da sola, potrà fare enormi passi in avanti, aumentando le aspettative di vita contenendone i costi, ma non per questo si deve tralasciare ciò che invece non si sta facendo, specialmente perchè si andrebbe a disturbare interessi forti, specialmente se legati alla criminalità organizzata. Si tratta di impegnarsi concretamente, ad esempio, nelle campagne di bonifica del territorio inquinato da sostanze tossiche, la riconversione degli impianti e anche per la creazione di occasioni in cui sia possibile trasmettere una corretta informazione medica.

Il punto, infine, è che solo una nuova mentalità, un nuovo assetto di istituzioni sociali, una nuova rete di relazioni può davvero fare la differenza; che solo l’unione permette di avere la forza necessaria per scardinare la granitica impunibilità fondata sul silenzio connivente, il disinteresse e i soprusi e aggravata dall’accettazione dei medesimi.

La sicurezza sul lavoro e le azioni volte a tutelare la salute dell’uomo devono essere delle battaglie collettive, costanti; si devono scardinare le paure dei lavoratori che temono di perdere il posto di lavoro qualora protestino, e che a causa di questo, spesso, si oppongono fermamente anche alle proposte di informazione e partecipazione.

E’ difficile frantumare questa deviazione, succube del sistema “lavoro per necessità” che uccide nel silenzio, quando la loro necessità, la nostra necessità, è solo lavorare.

E per i morti di amianto, era solo quella di vivere.

Manifestazione a Torino

Torino 10 dicembre 2009
ore 9 tribunale processo Eternit
manifestazione nazionale

La Rete per la sicurezza sul lavoro sta organizzando la manifestazione nazionale a Torino per il 10 dicembre prossimo perchè in quel giorno viene processata “la piovra dell’amianto” dell’Eternit di Casale Monferrato che ha distrutto la vita, oltre che degli operai, anche dei loro familiari e di molta parte dei residenti. Questo processo è il più grande processo penale mai celebrato nella storia dell’amianto ed è anche il simbolo di tutte le lotte contro le stragi sul lavoro.
Insieme alla Rete per la sicurezza sui posti di lavoro stiamo organizzando un pullman da Mestre che partirà all’1:30 di notte di giovedì 10 dicembre e tornerà a Mestre in serata. Il costo è di 10 euro a/r. Per prenotare scrivete una mail a studiolavorodiritti@gmail.com

L’orda degli invasori

Anche quest’anno il 13 settembre si è svolta a Venezia la festa dei popoli padani, una sorta di pseudo-kermesse del partito della Lega Nord che dà voce e visibilità alle esaltazioni di Umberto Bossi e dei suoi compagni di partito, celebrando i suoi esponenti più o meno famosi.
Come ogni anno l’orda barbara ha invaso le strade della nostra città, con i loro gruppi e canzoncine caratterizzati da una goliardia a nostro avviso a dir poco becera e aberrante.
Come ogni anno abbiamo cercato, seppur in pochi di contrastare il loro populismo e la loro inumanità.
Abbiamo affermato in maniera inequivocabile la nostra volontà di combattere attivamente le loro politiche razziste e xenofobe.
Abbiamo contestato il pacchetto sicurezza fortemente voluto dal ministro Maroni e i respingimenti in mare di persone che provengono da realtà di guerra e miseria e che anzichè trovare aiuto e ospitalità nel nostro paese vengono internati nelle prigioni libiche subendo accertate violenze e abusi.
Troviamo estremamente ipocrita la demagogia leghista che sfrutta la manovalanza immigrata spesso costretta a lavorare nell’illegalità per consentire lo sviluppo dell’operoso nordest.
La giudichiamo ancor più ipocrita perchè in un momento di crisi economica causata dalle speculazioni di banche, industriali e padroni e in un’epoca di guerra tra poveri per la mancanza di impiego si cerca di istigare i disoccupati italiani a scagliarsi contro lo straniero colpevole di rubare il lavoro.
Gli esponenti leghisti commiserano le morti bianche, ma non fanno nulla per rivendicare sicurezza sui luoghi di lavoro e sui cantieri e insabbiano eventuali mancanze delle piccole e medie imprese che non pagano le tasse a Roma ladrona né tantomeno contributi e previdenza sociale ai loro dipendenti. Si scagliano contro il rumeno delinquente e l’africano disonesto che però poi fanno lavorare nelle loro imprese.
Consideriamo falso e menzognero un partito che si dichiara dalla parte dei cittadini onesti e poi cena a palazzo con i fautori di sciagure e disastri che flagellano il paese e che però vengono fatti passare per calamità accidentali. Quel partito fatto di uomini e sostenitori che lanciano anatemi contro la mafia e che poi ci vanno a braccetto, che ne seguono le logiche criminose, che la finanziano e ci collaborano per arricchirsi e liberarsi dei rifiuti pericolosi prodotti da quel territorio che dicono di voler tutelare ma su cui speculano e corrompono.
Deprechiamo chi inveisce contro le donne provenienti dall’est Europa “tutte prostitute” e poi le assoggetta per il proprio piacere sessuale e per accudire i cittadini anziani e non autosufficienti.
Vogliamo sottolineare la contraddizione tra le intenzioni annunciate dai leghisti e la pratica politica effettivamente portata avanti. Vogliamo ricordare che la sanatoria dell’immigrazione più efficace a livello di stranieri regolarizzati in termini quantitativi (oltre 700.000 persone) è stata proprio la Bossi-Fini; soprattutto, ricordiamo le risate della folla quando Gentilini o Borghezio parlano di bambini zingari da eliminare e “negri” scimmie e lo scherno e la disapprovazione con cui gli stessi hanno guardato ai giovani militanti padani che quello stesso giorno hanno insultato e picchiato due camerieri immigrati che svolgevano dignitosamente il loro lavoro.
Ebbene, crediamo che la legittimazione di tale pestaggio sia insita nell’essenza stessa di questo turpe partito, che si ritiene fiero della propria superiorità razziale e che ha totalmente perso ogni senso critico nei confronti di se stesso.

C’era una volta

Un tempo, non tanto passato, c’erano lavoratori che si univano contro le prevaricazioni del padrone, della società, dei proprietari terrieri, delle leggi-vergogna e, uniti, rivendicavano diritti.

C’era una volta una forma di tutela che, sviluppandosi dal basso, si faceva portatrice di ideali e di azioni finalizzate a consentire a giovani pensanti di vivere e sognare qualcosa di diverso, migliore e possibile.

Ebbene, c’è ancora.

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